lunedì 31 ottobre 2011

SALTO NEL VUOTO di V.L.

Quella che segue è una storia vera, per la quale l’autrice vuole stare anonima. È un racconto molto personale, una storia di denuncia e non solo. I nomi di persone e cose sono stati rimossi/cambiati per motivi di privacy.

Questa storia termina il 23 luglio 2011, poco dopo le 23, con un salto nel vuoto.
È difficile raccontare i mesi che hanno preceduto quel tragico volo che ha modificato per sempre l’esistenza di chi amava Vittorio.
La domanda che nei mesi successivi tanto ha risuonato nella mia testa e che lascia tutti noi attoniti, è come ancora oggi si possa morire, in totale solitudine perché la nostra testa fa tilt, perché la malattia dell’anima prende il sopravvento su tutto.
Una domanda che non trova risposta.

All’improvviso il malessere di Vittorio, da lui celato con caparbietà ed energia per tanto tempo, diventa evidente a me nel mese di dicembre (dello scorso anno). Vittorio ha una storia di alcolismo, dove si avvicendano momenti di consumo e abuso a momenti di totale astinenza. Nel mese di dicembre riprende a bere, alternando momenti di eccitazione e allontanamento da casa, a momenti di forte malinconia. Quando si allontana da casa sovente dorme in macchina; mi è capitato in queste occasioni di incontrarlo casualmente in un centro commerciale: mi confessa di recarsi per riposare e riassestarsi. Anche durante questi allontanamenti, che non durano più di qualche giorno, io e Vittorio ci sentiamo regolarmente, si preoccupa di come io mi possa sentire, mi chiede dei nostri cani. Aspetta che io gli dica di tornare. Io non so cosa sia giusto fare.
Vivo una quotidianità che non so comprendere, che si è modificata lasciandomi perplessa nel cercare di affrontarla.
Una di quelle sere Vittorio mi chiama, molto malinconico, piange al telefono, mi chiede di incontrarci ma io rifiuto. La mattina seguente è un nostro amico a chiamarmi. Mi dice che Vittorio sta male, sta dormendo in macchina. È dicembre, c’è freddo. Mi sento in colpa, insensibile. La sera io e Vittorio ci incontriamo e torniamo a casa insieme. Ancora oggi ho le immagini di quella sera così chiare e nitide, il suo sorriso, la sua gioia.
Purtroppo questi accadimenti si ripetono. Vittorio è troppo irrequieto e stanco. Non ha pace. Lo vedo strano e fatico a capire cosa stia accadendo.
La vita di Vittorio cambia, si allontana dal lavoro, inizia a metà dicembre un periodo di malattia, confrontarsi anche con il lavoro è per lui ingestibile. Le giornate sono lunghe e dense di pensieri veloci.
Per questo motivo arriviamo a fine gennaio al servizio della ASL che si occupa sia di disturbi psichiatrici che alcolismo. Vittorio inizia il giorno stesso la disintossicazione, si reca per una settimana al Centro dove fa delle flebo, contemporaneamente inizia la terapia con i farmaci (alcover, en e serenase); al Centro mi dicono di non lasciare mai Vittorio solo, per evitare che lui possa bere. Dopo questa settimana di flebo continua con la terapia domiciliare. Almeno una volta a settimana ci rechiamo al Centro a ritirare i farmaci. Il problema psichiatrico di Vittorio non emerge, non viene al momento preso in considerazione. Vittorio non si vuole definire un paziente psichiatrico.
Parallelamente inizia i colloqui con una comunità, sta valutando un eventuale inserimento in comunità perché forte è in lui l’esigenza di staccarsi dal quotidiano, ripete spesso di aver bisogno di silenzio.
La strada della comunità non si mostra percorribile. Prosegue il percorso al Centro della ASL. Nel frattempo ha smesso di bere ed è seguito farmacologicamente con la stessa terapia che aveva iniziato il 25 gennaio (prende alcover, serenase ed en). Resta comunque in attesa di una diagnosi psichiatrica. Comincia a chiederla. Chiede dei farmaci che possano aiutarlo a gestire il malessere che giorno dopo giorno non sa celare più neanche a se stesso. Lamenta che il serenase lo intontisce troppo, nel corso di una telefonata al Centro l’infermiera dopo aver parlato con la psichiatra gli comunica di diminuire la dose. Al Centro gli propongono una terapia di gruppo, due volte a settimana e i colloqui con la psichiatra, che però per motivi interni (lamentano di avere troppo utenti e poco personale) non potranno avere una cadenza ravvicinata, ma mensile. I gruppi terapeutici si svolgono al pomeriggio, purtroppo io non posso partecipare perché in quegli stessi orari lavoro e non ho la possibilità di assentarmi per 4 ore a settimana. Il Centro, sempre per motivi legati ai troppi utenti e alla carenza di personale, non può proporci nessun altro intervento che prevedesse un sostegno sia a Vittorio che a me.
Questi mesi sono segnati da una grande difficoltà in tutte le attività quotidiane. Questo sentimento lo porta una sera a bere e a restare in giro per la città. Io allarmata la mattina seguente mi reco al Centro per chiedere il loro aiuto. Parlo con le infermiere presenti, mi pento subito di esserci andata, incontro durezza e nessun aiuto pratico, mi viene anzi detto che non essendo io e Vittorio sposati io non ho nessun vincolo con lui. Mi comunicano che Vittorio non potrà recarsi ai gruppi in cui si stava inserendo, e fissano un appuntamento, dopo circa un mese, con la psichiatra. Vittorio è avvilito da questo allontanamento, rimane deluso dalla lunga attesa che lo aspetta. Il Centro, anche in questo mese, continua a fornirgli l’alcover, che andiamo periodicamente a ritirare. Sono giorni ancora più difficili. È proprio in questi giorni che Vittorio esplicita per la prima volta i suoi pensieri suicidi.
Ne parla con timore, chiede di non stare mai solo, cerca di combatterli. Chiama il Centro dicendo di stare male, chiede un intervento, ma ottiene come risposta di stringere i denti e confermano l’appuntamento  per la fine di marzo, mancano ancora troppi giorni. In questa occasione, sempre telefonicamente ci viene comunicato di aumentare nuovamente il dosaggio del serenase.
Scoraggiati e preoccupati proviamo a chiedere aiuto altrove, ovunque. Andiamo al CSM di zona, riusciamo a parlare con una psicologa, che ci dice che porterà il caso in equipe e che ci avrebbe fatto sapere (la risposta arriva dopo oltre un mese). Chiediamo un aiuto come coppia, siamo angosciati e disperati e non sappiamo più come andare avanti. Veniamo indirizzati al consultorio, ma non è il servizio adatto. Ci fanno inoltre presente, che questa richiesta non può partire da noi, ma ci deve essere uno specialista che ci indirizzi verso questo percorso, non possiamo noi sentire di averne necessità.
Vittorio sta sempre peggio, molto triste, assente, poco ricettivo.
L’appuntamento al Centro della ASL è ancora lontano.
Non sapendo più come fronteggiare la situazione, instancabilmente, ritorniamo al CSM, con l’impegnativa del medico di famiglia per una consulenza psichiatrica urgente.
Purtroppo anche questa richiesta non può essere accolta, essendo Vittorio seguito dal Centro della ASL. Nessuno lo segue, nessuno riesce a prendersi cura di lui, di noi. Abbiamo un medico fantasma e riceviamo tanti no.
Stanchi, preoccupati, stringiamo i denti in attesa dell’appuntamento. I “brutti pensieri” sono sempre lì, fidi compagni dei nostri giorni. In questi giorni pensiamo di rivolgerci ad uno specialista privato, ma attendiamo l’appuntamento del Centro per parlarne con loro.
Arriva il tanto atteso colloquio e Vittorio viene presto riammesso, viene inserito nei gruppi terapeutici che stava iniziando a frequentare un mese prima e gli viene dato un nuovo appuntamento con la psichiatra dopo circa un mese, loro non offrono supporto psicologico; in occasione del colloquio chiede loro la possibilità di integrare al loro intervento quello di uno specialista privato. Viene accettata questa richiesta.
Entriamo così in contatto con lo specialista che seguirà Vittorio, anche se l’appuntamento ci viene dato dopo un mese.
Nel frattempo Vittorio prosegue la terapia di gruppo al Centro, intanto il serenase viene scalato e infine sospeso, per cui per buona parte del mese di aprile prosegue con En ed Alcover.
La situazione è sempre complessa, i brutti pensieri sono sempre più presenti e frequenti.
Viviamo come sospesi in attesa che qualcuno ci aiuti. Aspettiamo con ansia e mille aspettative l’appuntamento con lo specialista privato, lo vediamo come la nostra ultima spiaggia, l’ultima possibilità di farcela. Nel mentre Vittorio è dovuto tornare al lavoro, la psichiatra del centro non ha voluto concedergli dell’altra malattia, ha detto che era necessario che Vittorio si misurasse con la quotidianità e non cercasse degli alibi per non farlo. Vittorio lavora come educatore in una comunità psichiatrica, per lui tornare a lavoro è un passo duro, non si sente adeguato, non si sente all’altezza, sta troppo male per riuscire a prendersi cura di altre persone. Ma non c’è stato niente da fare. Vittorio cerca delle forze che non ha, va al lavoro, torna a casa stanco e avvilito. Tutto diventa giorno dopo giorno ancora più pesante. Cerchiamo di stare a galla ma il mare è agitato e le onde ci travolgono.
Intanto inizia il lavoro con l’altro medico, che dopo poco gli prescrive degli anti depressivi. Anche al Centro della ASL gli prescrivono gli anti depressivi. Non gli chiedono notizie riguardo alla terapia privata che Vittorio aveva iniziato (dandone comunicazione). Vittorio non dice loro nulla. Non prende i farmaci che gli prescrivono al Centro, ma segue la terapia che gli dà l’altro psichiatra. Non ne parla perché ha paura di essere allontanato dai gruppi, dove si reca sempre volentieri, sono per lui un momento di incontro con altre persone, questo gli dà coraggio e speranza, non si sente lui solo sbagliato o inadeguato.
La situazione precipita nuovamente la prima settimana di maggio. I brutti pensieri sembrano non essere più arginabili, sono sempre più forti e presenti. Vittorio è spaventato. Anche io comincio a sentirli sempre più vicini, troppo vicini. È in questi giorni che Vittorio d’improvviso si dimette dal lavoro, non ce la fa, si sente fuori luogo, gli fa male stare in comunità, vedere la sofferenza degli altri sempre più simile alla sua; beve, viene espulso dai gruppi, espulsione che si mostrerà poi definitiva. Insieme a questa espulsione c’è la sospensione, senza una progressiva riduzione dell’alcover. Siamo nuovamente in balia della mareggiata.
Inizia così un day hospital in clinica psichiatrica, dove è seguito dallo specialista che lo stava seguendo in privato. Ma oramai giorno dopo giorno si rotola verso il basso.
Arriva la tanto attesa diagnosi, ma non da parte del Centro che ha iniziato a seguirlo a gennaio, bensì da parte del nuovo servizio. Si parla di disturbo bipolare di tipo secondo. Inizia una nuova terapia farmacologica, a base di lamictal e seroquel.
Inizia contemporaneamente la fine. Fine fatta di fughe, di abuso di farmaci, di ricerche di strumenti per suicidarsi. La fine di Vittorio, la nostra fine. La strada che si spiana per l’ultimo volo.
Tutto precipita, tra i primi di giugno e fine mese Vittorio scappa da casa due, tre, quattro volte, non le so più neanche contare. Ogni volta la sua fuga è un avvicinamento al suo salto nel vuoto. Scappa e ritorna. Mi dice cha ha paura. Quando scappa abusa di alcool e farmaci. Al rientro riprende la terapia quotidiana e non beve.
La terapia, forse anche a causa di quest’altalena, non da l’effetto sperato e desiderato. Ma io non voglio arrendermi, non posso arrendermi. Non posso credere che la fine di Vittorio sia veramente il suicidio. Mi attacco a tutto, cerco ogni possibile alternativa. Ma se ne vedono veramente poche. L’ultima che percorriamo in accordo con il servizio che ora lo segue è la strada del ricovero. La prima tappa è una clinica convenzionata qua a Cagliari, per poi essere inserito in una struttura specifica fuori dalla Sardegna.
Il 22 luglio accompagno Vittorio in clinica, che era stata contattata dal servizio psichiatrico che seguiva Vittorio e che con loro aveva pattuito il ricovero. In clinica c’è carenza di posti letto, per cui a Vittorio viene dato un letto non nel reparto di psichiatria, ma in un altro situato in un piano differente. Ha una camera singola. Rimango con lui la mattina e torno nel pomeriggio. È stanco, triste, pensieroso. Io non sono serena, ma spero che si prendano cura di lui. Mi sembra di essere senza speranze e senza alternative. Cerco di rassicurarlo. Mi chiede se a casa si sente la sua mancanza, mi dice che ha nostalgia di casa. Non è passato neanche un giorno. Il giorno successivo, il 23 luglio vado da lui al mattino e lo trovo teso e nervoso, molto malinconico e taciturno. Il pomeriggio mi chiama chiedendomi di portargli alcune cose, tra cui il cioccolato di cui è molto ghiotto. Mi dice di andare da lui presto. Arrivo, stiamo insieme sino alle 20.00, è molto cupo e ad un certo punto sembra che abbia una gran fretta che io vada via; io tergiverso e aspetto. Non sono tranquilla. Vittorio mi rassicura, dice che ce la faremo. Vado via, lui si volta a guardarmi.
Dopo neanche un’ora che sono andata via lo chiamo ma non ricevo risposta, mi allarmo e riprovo ma non mi risponderà più al telefono. Chiamo la clinica. Temo che si sia allontanato. Anche la clinica non risponde. Provo a mandargli un messaggio, mi risponde, mi dice che è scappato e mi dice che è andato ai bastioni, come lui chiamava il Bastione Sant Remy, mi chiede di non andare da lui. Non vado, ma cerco di non lasciare niente di intentato, chiamo le forze dell’ordine, amici e familiari. Mi avvicino ai bastioni, ma rispetto la sua volontà. Passa poco tempo e Vittorio manda un messaggio di addio, chiedendo perdono. Nessuno riesce a fermarlo, dopo oltre un’ora va. Intanto la clinica non si accorge di nulla, nessuno ne denuncia l’allontanamento, nessuno si accorge che Vittorio non torna. Sarò io la mattina seguente a comunicare loro l’accaduto. In seguito i responsabili della clinica ci fanno sapere che prenderanno dei provvedimenti disciplinari nei confronti del personale di turno. Nessuno si è preso cura di lui, nessuno si è accorto.
A me che sono rimasta qua, a noi che andiamo avanti con questo dolore inimmaginabile, il dovere di parlare, il dovere di non provare vergogna davanti al suicido di Vittorio, ma anzi di provare rabbia e sperare che altri non vivano quello che abbiamo vissuto noi.

10 commenti:

  1. Mi ha fatto molto male leggere questa storia. Credo che tutta questa storia possa essere sintetizzata nella frase a metà del racconto "oramai giorno dopo giorno si rotola verso il basso". La proietterei nella gestione delle politiche che dovrebbero garantire il diritto alla salute mentale.

    RispondiElimina
  2. Sono senza parole. Abbandonati a voi stessi per mesi di fronte all'emergenza evidente di un problema molto serio. E' giusto parlare, far conoscere questa storia. Sarebbe ancora più giusto ottenere giustizia e soluzioni per evitare che si possa ripetere una tragedia come questa. Sonia

    RispondiElimina
  3. Ho pianto dalla prima all'ultima parola....Ho sentito dentro la disperazione di Vittorio, il dolore della sua donna e la loro solitudine!
    Spero davvero che questa "denuncia" che è un ulteriore atto di amore e coraggio serva ad impedire che altri possano vivere situazioni come questa! Emanuela

    RispondiElimina
  4. Queste mie parole sono nate per non dimenticare, parole per uscire dal silenzio, parole per denunciare
    Non si può vivere la malattia mentale nella solitudine, senza trovare chi ti sappia aiutare, curare
    Non si può morire così, restare nel silenzio
    Niente potrà cambiare ciò che è stato, ma si potrà, forse, fare in modo che non accada ancora e ancora...........

    RispondiElimina
  5. ho vissuto da vicino questo dramma ed ancora oggi, a distanza di tre mesi, non riesco a farmene una ragione, a dargli una dimensione. Rileggendo per l'ennesima volta le parole di V., mia figlia, mi sento addosso il peso della solitudine "istituzionale" nella quale sono stati lasciati. Ma ciò che forse mi fa ancora più male è la consapevolezza dell'indifferenza, vero motore dei servizi che si chiamano " di cura alla persona". é questa indifferenza che ha contribuito all'epilogo tragico della vita di Vittorio, è l'indifferenza della psichiatra che cura il sintomo per telefono ( e nemmeno direttamente) e non prende in carico la persona, che agisce una logica punitiva : hai trasgredito ed allora ti sospendo, ti allontano, ti stigmatizzo come inaffidabile, e non si preoccupa delle conseguenze di questa azione sull'equilibrio fragile di una persona in grave difficoltà (Io ricordo il dolore con il quale Vittorio mi comunicò che era stato allontanato dal centro) ...è l'indifferenza dei servizi cui si sono rivolti, in una ricerca disperata di aiuto, e che si sono rimpallati la responsabilità dell'intervento , chiudendosi dietro logiche burocratiche che non si addicono a chi ha scelto di lavorare con persone e non con cose. è in questa logica c'è anche l'indifferenza della clinica, che opera un ricovero ma non accoglie la persona, al punto di non curarsi di sapere se un paziente si è o meno allontanato..... Contro questa indifferenza dovremmo combattere, nella consapevolezza che storie simili non si ripeteranno se al centro di ogni intervento ci si riocrderà che ci deve essere la persona, accolta nella sua interezza.

    RispondiElimina
  6. Purtroppo questa storia è intrecciata alla mia...mi ha fatto molto male viverla e riviverla leggendola qui.
    Non avrei mai immaginato che il dolore di Vittorio fosse così profondo, o meglio l'avevo intuito ma era troppo grande per me, così ho preferito ridurlo e scacciare i brutti pensieri, nascondendomi dietro ad accuse di indolenza e mancata volontà di crescere e cercare aiuto...sbagliavo
    é stato facile addossare a lui tutte le colpe del suo malessere, non avendo voluto riconoscerlo.
    Ho giudicato ed emanato sentenze per proteggermi e proteggere il mio mondo, reso già fragile dalla malattia psichiatrica a me così vicina.
    Non volevo credere e non potevo accettare che, ancora una volta, lo spettro della malattia psichiatrica avesse "contagiato" una persona a me cara, che ritenevo "invulnerabile", che ammiravo e a cui mi rivolgevo come ci si rivolge ad un maestro di vita, ad una guida...
    Di tutta questa tragedia la parte che fa più male è constatare ancora una volta l'assenza, l'indifferenza e l'abbandono delle istituzioni preposte per "aiutare" e "accogliere" le persone in difficoltà che, spontaneamente, chiedono aiuto.
    Per esperienza lavorativa, e personale, sò che le risorse sono insufficienti ma credo fortemente che difronte alla sofferenza altrui, chi svolge questo lavoro abbia il dovere di farsi carico dell'altro, di prestare attenzione ad ogni segnale, di non sottovalutarlo e, aspetto fondamentale, di non considere l'altro solo un numero, un "utente" ma una persona con esigenze e fragilità che vanno ascoltate, accolte e alle quali bisogna dare risposte concrete, sostegno reale che va al di là di 45 minuti al mese.
    Questo è ciò che viene insegnato ai futuri psicologi, psichiatri, infermieri, operatori sociali, ma spesso, con il passare del tempo viene dimenticato, fino a quando "uno dei tanti pazienti", lasciato solo nel suo dolore, compie il gesto più estremo e decide di porre fine, una volta per tutte, alle sue sofferenze. A questo punto, quando non si può più porre rimedio, ecco che, chi ha ancora un minimo di coscienza e ha scelto questo mestiere per curare, o almeno, alleviare le sofferenze altrui, inizia a mettere in discussione il proprio operato. Emergono i "se" i "ma" e si ripercorrono a ritroso gli appuntamenti, le parole dette, i fatti, nella ricerca dell'errore commesso, giurando a se stessi di non ripeterlo più...
    Voglio sperare che almeno questo accada e che difronte al suicidio ci si fermi a riflettere e ci si rimbocchi le maniche affinchè ciò non si ripeta, abbattendo il muro dell'indifferenza e cercando ogni giorno di mettere al centro la persona nella sua totalità, senza concentrarsi sul sintomo.
    Grazie per aver divulgato questa tragedia, posso solo immaginare quanto ti sia costato ripercorrerla, anche se sò che è sempre presente e viva nella tua mente.
    Grazie V. L. del tuo coraggio, della tua forza e del tuo amore.
    Cercherò un modo affinchè questa dura lezione che la vita ci ha dato venga trasformata in speranza, iniziando con chi mi è vicino.
    F.L.C.

    RispondiElimina
  7. Conosco bene la storia e la persona...perchè siamo stati in cura nello stesso centro...Rispettare il dolore provato credo sia il più grande atto di umanità...a prescindere da tutto. Volevo solo portare alla constatazione dei fatti che esiste anche un ' altra realtà. Sono in cura nello stesso centro in cui è stato Vittorio e ci tengo a rendere partecipi della mia esperienza positiva che mi ha ridato la vita, con tanta dedizione da parte dell' equipe medica, pronti sempre a cercare di tenderti la mano. Importante è precisare che il tutto viene fatto sempre nel rispetto della libertà personale. Come nella società esistono delle regole da rispettare, così pure al centro, poche ma sane.
    Vicino a lei per il dolore provato.

    RispondiElimina
  8. vorrei rispondere al signore che è in cura nella clinica dove era ricoverato mio fratello,sono felice che lei grazie ai medici che operano in quella struttura sia riuscito ad "riavere un altra vita", per merito di persone che grazie alla loro dedizione e al loro aiuto sono riusciti ad aiutarla e sono convinta che come lei altri pazienti siano stati sostenuti ed aiutati dall'equipe medica di quel centro. per mio fratello pero ' non e' stato cosi'.vorrei anch'io precisare alcune cose, sono daccordo con lei sul fatto che ogni persona e' libera di scegliere, un po' piu' complicata e' la situazione quando si parla di decidere di togliersi la vita, ma pur sempre rimane una scelta, e non puo' certo ne' un ospedale, ne' mille medici , ne' una compagna, ne la famiglia fermare una persona che ha scelto . tutto cambia se questa scelta e' stata presa in un momento di forte sofferenza, paura , disagio e con la convinzione di non potercela fare.forse non ha letto attentamente cio' che hanno raccontato su tutta la storia di mio fratello e la sua compagna , mio fratello ha lottato con tutte le sue forze e anche quando non aveva piu' forze, quando si sentiva solo e abbandonato , come viene testimoniato dal suo percorso, ha lottato ugualmente, lui e la sua compagna hanno bussato a mille porte chiuse, hanno incontrato nel loro cammino persone qualificate solo come titolo ma non certo come merito,poco attente, poco umane, e anche poco professionali, che e' il minimo che si richiede quando uno svolge il proprio lavoro.vorrei , anche, mi scusi, precisare che lei non conosceva bene mio fratello, lui e' entrato in clinica il 22 e il23 e' scappato, non si puo' conoscere bene una persona in un solo giorno, anche e sopratutto perche' mio fratello non parlava del proprio di dentro, delle sue paure, in modo molto facile, e comunque la sua compagna l'ha assistito e in quel giorno maledetto l'ha visto triste, taciturno e l'ha visto piangere da solo.chi lo conosce e lo ama lo sa', mio fratello era un uomo molto intelligente, sapiente,molto sensibile , era un uomo che ha dedicato la sua vita, piu' di 30 anni ad aiutare gli altri, lavorava con rispetto, proffessionalita' e conoscenza nel sociale, si e' donato comlpetamente anche mettendo in secondo piano la propia vita, lui sapeva bene dove poteva portarlo la sua malattia diagnosticata solo un mese prima, dopo aver fatto visite ,e visite, dopo aver sentito dire, non cìe' posto o valuteremo il suo casi in equipe, per poi finire nella citata clinica.lei parla di scelta libera e personale ma questo puo' essere giusto quando la persona che fa' una scelta sta' fisicamente e mentalmente bene, quando non ha paura, quando non si sente solo e sconfitto perche' soffre e ha gia' sofferto abbastanza da non riuscire piu' a ragionare , a vedere un po' di luce e sopratutto un appiglio. stiamo parlando della vita di un uomo.la scelta puo' essere giusta quando razionalmente, emotivamente e senza alcun dubbio decide ed e' in grado di decidere. secondo lei mio fratello lo era?

    RispondiElimina
  9. lui ha lottato da guerriero, aveva paura della morte, come credo tutti noi, ma soffriva troppo. mio fratello ha chiesto mille aiuti perche' voleva farcela, si fidava dei medici e delle persone che avevano studiato e che lavoravano propio come lui nel sociale.dottori capaci , professionisti,corretti e umani ,pronti a sorregerlo , ad accompagnarlo in questo suo cammino difficilissimo, cammino di ripresa, di luce e serenita'.penso che sia VERGOGNOSO e lo scrivo a lettere cubitali che mio fratello sia scappato e nessuno della clinica se ne sia accorto. penso che sia PAZZESCO che la sua compagna eil padre della sua compagna telefonavo in clinica per avvisare quanto stesse accadendo e nessuno ha risposto, problemi di centralino ci hanno detto poi.penso che sia INUMANO che il giorno dopo la clinica si e' resa conto che mio fratello non era piu' in camera perche' gli e' stato detto dalla sua compagna.non si erano accorti di nulla e intanto mio fratello moriva saltando giu' da un cornicione.rimane altro da dire?si rimane che dopo due giorni io franchini gabriella i miei fratelli e la sua compagna con sua madre siamo andati in clinica e davanti al primario e a due medici(i due medici sembravano veramente tristi e in difficolta') c'e' stato detto:" ci dispiace, non e' mai successo, prenderemo provvedimenti, poco personale, la centralina del telefono ha dei problemi e purtroppo il personale e' poco qualificato ma provvederemo" io sinceramente non conosco parole adatte per dire cio' che penso e provo. e' tutto veramente assurdo, forse mio fratello uscito dopo la cura da quella struttuta si sarebbe tolto la vita ugualmene, chi puo' saperlo? una cosa e' certa lui e' entrato li per essere accudit0, per essere protetto dal suo male anche perche' sapevano che aveva pensato al suicidio, se l'avesse fatto poi, ugualmente almeno potevamo dire abbiamo fatto e provato di tutto, un uomo che soffre di depressione e che pensa al suicidio non puo' scappare alle 830 di sera e nessuno si accorge che non c'e' piu'.ma chi ha scelto quel povero personale? chi gli ha insegnato? come assumete il personale? cosa gli spiegate? e' poco? ma voi che ruolo avete? parlavano in modo calmo e pacato, ripetevano non e' mai successo, per fortuna dico io. ho risposto: io lavoro in un negozio d'abbigliamento, se sbaglio io posso sbaglare la taglia di un maglione e me ne dispiace , se sbagliate voi succede ben altro, mettetevi una mano sulla coscienza e se non siete in grado di svolgere il vostro lavoro venite da me potrete vedere maglioni.mio fratello non c'e' piu' , l'unica cosa che vorrei oltre ad averlo qui, ma non e' possibile, e' che nessun altro essere umano possa rivivere la nostra storia e sopratutto il nostro finale.che ogni persona possa poter dire abbiamo fatto di tutto per aiutare un altro essere umano che soffre e che ha bisogno del nostro aiuto. grazie. gabriella franchini

    RispondiElimina